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43 minuti di documentario (clicca qui per vederlo), realizzato da Giuseppe Legato, giornalista de “La Stampa”, sulla ‘Ndrangheta a Torino. Lo spunto narrativa è l’ormai celebre inchiesta Minotauro, dell’8 giugno 2011, che scoperchiò una ragnatela di interessi criminali nella nostra provincia, portando all’arresto di 150 persone e al sequestro di beni immobili, per un valore di oltre 117 milioni di euro. Quasi quattro anni dopo, stiamo assistendo all’evoluzione processuale dell’inchiesta, con la sentenza del rito abbreviato già confermata in Cassazione.

Il documentario ricostruisce, attraverso interviste a testimoni autorevoli (Gian Carlo Caselli, Nicola Gratteri, Antonio Nicaso, alcuni alti ufficiali delle forze dell’ordine), oltre che l’uso di intercettazioni telefoniche e ambientali, e immagini acquisite in fase di indagine, il contesto in cui si è sviluppata l’indagine, cominciata in maniera embrionale più di un decennio fa, per poi sfociare nell’operazione del 2011. Ma si parla anche, e si vedono i beni confiscati più ingenti, di Volpiano e di Leinì (territorio dei Marando), di Cuorgnè (la villa di Bruno Iaria), dell’ex villaggio Olimpico (investimento negli appalti delle opere edili), di Settimo Torinese, della zona del chivassese. E si riparla di rapporti con la politica: senza le relazioni esterne, le mafie non sarebbero forti e radicate, come spesso si è ripetuto: in questo, i casi di Leinì e Rivarolo Canavese, sono emblematici; ma anche la vicenda di Salvatore De Masi, imprenditore, che viene spesso cercato sotto elezioni da diversi politici (verrà condannato in primo grado a 14 anni di reclusione, nel rito ordinario di Minotauro).

Un quadro inquietante, che conferma le nostre convinzioni che difendiamo da anni e che le operazioni successive a Minotauro (Albachiara, Colpo di coda, Esilio e San Michele….) hanno confermato, rispetto al contesto piemontese.

Le parole di Don Ciotti, nel finale del documentario, all’inaugurazione del Bar Italia Libera, in via Veglia a Torino, confiscato ai Catalano dopo Minotauro, sono un monito per tutti: di speranza, ma anche di maggiore richiamo alla corresponsabilità.

C’è ancora molto da fare, insomma. E Giuseppe Legato, con Aspro(Pie)monte ce lo ricorda.

 

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