di Simone Bauducco e Davide Pecorelli
Bruno Caccia
, Procuratore della Repubblica di Torino, è stato assistano per volere della ‘ndrangheta.
Un dato acquisto, ma soprattutto una verità storica e giudiziaria acquisita dopo un lungo e complesso iter giudiziario.
Superate le questioni preliminari del processo che oggi vede a giudizio Rocco Schirripa accusato di essere uno degli esecutori materiali dell’assassinio Caccia, il PM Marcello Tatangelo è partito proprio da questo “dato”, dalla sentenza di condanna all’ergastolo per Domenico Belfiore, pronunciata nel ’93.
Il pubblico ministero ha spiegato alla Corte come sono nate le indagini che, inizialmente, si erano concentrate sulla matrice terroristica del delitto, pista che era stata indirizzata da una falsa rivendicazione fatta pervenire ad alcuni quotidiani. Accantonata la possibilità che fossero state le Brigate Rosse, gli investigatori si concentrarono sulla matrice mafiosa.
E, grazie alla collaborazione di alcuni elementi di spicco della mafia catanese operante sotto la Mole, le attenzioni degli inquirenti si concentrarono su Domenico Belfiore, giovane boss di ‘ndrangheta capo dei gioisani a Torino. Ma è solo con la collaborazione di Francesco Miano, detto Ciccio, boss dei catanesi in città, che le indagini arrivano alla svolta decisiva. Ciccio Miano fu “attivato” dai servizi segreti per registrare le conversazioni all’interno del carcere dove erano presenti molti elementi di spicco del crimine organizzato, tra cui Domenico Belfiore.
Miano registra i colloqui con i carcerati, anche quelli avuti con Belfiore, e consegna le bobine alla magistratura. Con questo meccanismo – anche se le registrazioni tra Miano e Belfiore per questioni procedurali non sono entrate nel dibattimento- per il boss di Gioiosa Ionica si apre un processo per essere il mandante dell’assassinio di Bruno Caccia. E’ lo stesso Ciccio Miano a testimoniare in aula riferendo le conversazioni avute con Belfiore: “per l’omicidio dovete essere riconoscenti solo a me”, aveva affermato il boss.
Mai una parola, però, sugli esecutori materiali. Ma perché eliminare Bruno Caccia? Il movente viene individuato – secondo la sentenza del ’92, confermata in cassazione nel ’93 – “nel severo impegno contro la criminalità organizzata” che faceva di Bruno Caccia “un ostacolo grave, concreto ed incombente” per Domenico Belfiore.
Ora, dopo oltre 33 anni dal delitto e 13 dalla sentenza definitiva, un nuovo processo si è aperto e vede alla sbarra Rocco Schirripa, pluripregiudicato legato da decenni a Domenico Belfiore, con l’accusa di aver partecipato al delitto e di essere uno degli esecutori materiali.
E lo stesso Belfiore, oggi ai domiciliari per ragioni di salute, dovrà testimoniare nel dibattimento.
non verrà sentito in aula, ma nella sua casa di Chivasso. Lui, il mandante dell’omicidio, custode di molti segreti del delitto, potrà dire ciò che sa o avvalersi della facoltà di non rispondere.

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