di Carlotta Bartolucci
Il cielo ampio e i campi dorati della Puglia, nella profonda capitanata foggiana, non sono mai risultati così affascinanti e inquietanti al contempo come lunedì: la loro bellezza e fertilità è costellata di baracche, ghetti e manipoli di uomini che vivono in condizioni disumane di sfruttamento. Questa è la realtà che hanno potuto toccare con mano i 300 partecipanti al corteo contro il caporalato organizzato lunedì 17 aprile da alcuni attivisti e giornalisti – Marco Omizzolo, Leonardo Palmisano, Stefano Catone, Giulio Cavalli – impegnati da anni sul tema. La marcia di lunedì, partita da Borgo Mezzanone e snodatasi tra i campi fino al “Ghetto dei Bulgari”, ha infatti voluto lanciare un messaggio forte contro questa pratica, ormai radicata dal sud fino al nord Italia.

Ad accendere l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema sono stati i fatti degli ultimi due mesi: l’incendio avvenuto a inizio marzo nel ghetto di Rignano Carganico, che ha visto la morte di due lavoratori maliani e che ha prodotto uno sgombero come risposta da parte delle istituzioni, e la morte di un ragazzino bulgaro all’interno del ghetto visitato proprio ieri dal corteo. “Marcia degli intellettuali” è stata battezzata, sebbene il corteo abbia riunito tante realtà differenti: da Amnesty International ed Emergency alla Fondazione Migrantes e Aiab, fino alle torinesi Acmos e Fondazione Benvenuti in Italia e al sindacato Flai Cgil e Legacoop. Infine, anche tanti singoli cittadini. Era questo l’obiettivo degli “intellettuali” organizzatori: “Lanciare un segno di civiltà” nella profonda capitanata, ma anche creare le condizioni adatte per “costituire un tavolo regionale tra tutte le realtà e i cittadini intervenuti”, ha spiegato Palmisano.

Il caporalato, intermediazione privata a scopo di lucro, rappresenta infatti una pratica che affonda le radici nel passato, ma che oggi ha raggiunto una pervasività tale da divenire accettata e conveniente sia per gli imprenditori, sia per la popolazione. L’80% dei lavoratori sfruttati dal caporalato sono stranieri, spesso irregolari o in condizioni di precarietà tali da non avere altra alternativa – sebbene questo dovrebbe far riflettere sul restante 20%, composto da cittadini italiani come era Paola Clemente, morta di fatica nei campi nel 2015.

Grazie a salari da sfruttamento (a volte 30 euro per 10/12 ore di lavoro) e grazie all’aiuto dei cosiddetti “caporali”, gli imprenditori possono produrre a prezzi competitivi sul mercato, la popolazione – gli utenti – può risparmiare, mentre i lavoratori trovano in qualche modo una possibilità di sopravvivenza: in quest’ottica il caporalato risulta più che conveniente. Nelle leggi di mercato, fintanto che c’è domanda ci sarà sempre l’offerta. Ma l’obiettivo del movimento che ha portato a questa marcia è proprio sradicare questo circolo vizioso.

Il primo passo è stato fatto con la riforma della legge 603-bis del Codice Penale, avvenuta a fine 2016, la quale “colpisce non solo il caporale, ma colpisce allo stesso modo il sistema imprenditoriale che si avvale del suo aiuto e sfrutta la vulnerabilità dei lavoratori” racconta il deputato Davide Mattiello. Marcata la responsabilità penale anche del datore di lavoro, la legge incentiva poi la creazione di un sistema di tutele ai lavoratori e di valorizzazione delle aziende agricole virtuose che rifiutano il caporalato. Ma non è sufficiente: “Come gli sgomberi non sono la risposta, questa legge è buona ma non basta: bisogna costruire un modo migliore di lavorare, creare una rete di sostegno, un welfare che possa supportare i lavoratori vittime di caporalato, che va di pari passo a un’azione di ripensamento del sistema di accoglienza italiano degli immigrati” spiega Omizzolo, pur riconoscendo la validità della legge come strumento giudiziario. Così come bisogna lavorare su altri due fronti aperti: “La formazione del prezzo del prodotto, nel rapporto tra agricoltori e grande distribuzione e la concorrenza globalizzata che spesso penalizza ingiustamente le imprese italiane”, ribadisce consapevolmente il deputato Mattiello stesso in un messaggio sui social network.

Un ricordo, durante il corteo, è stato dedicato infine a Stefano Fumarulo, consigliere regionale morto improvvisamente pochi giorni fa per un aneurisma: è anche nel solco del suo impegno dedicato a questo tema che si camminerà perciò verso un lavoro pulito e che davvero permetta lo sviluppo materiale e spirituale della società, come la nostra Costituzione ogni giorno ci ricorda.

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