Le verrine di Cicerone

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Lasciati CORROMPERE dall’onesta informazione

Rubrica a cura del Presidio Cassarà, nella cornice dell’Osservatorio di Libera Piemonte


Nell’ultimo articolo abbiamo fatto un excursus storico sulla corruzione al tempo dei greci e dei romani, per capire quanto questo problema non sia assolutamente nato nel 1992, ma sia ben radicato nella nostra storia. In quest’articolo abbiamo deciso di continuare il filone storico, raccontandovi una storia o meglio un processo – magari noto a molti, ma forse non a tutti – che si è svolto nel lontano 70 a.C. nella Roma repubblicana. Vogliamo parlarvi del processo che fu intentato dalla provincia di Sicilia contro Gaio Verre, che dell’isola era stato il governatore di Roma per tre anni. I siciliani costituitisi parte civile designarono come avvocato dell’accusa Marco Tullio Cicerone; le sue requisitorie diventarono in seguito una delle sue opere maggiori, comunemente conosciuta come “Le Verrine” (Il titolo originale dell’opera è “In Quintum Caecilium divinatio – In Gaium Verrem actio prima – In Gaium Verrem cationi secundae libri I – II”).


Prima del processo: il tentativo di corrompere i giudici

Gaio Verre terminò il suo mandato in Sicilia nel gennaio del 70 a. C., ma non fece nemmeno in tempo a tornare a Roma che ben 64 città dell’isola, saccheggiate e stremate dalla cupidigia dell’ex governatore, decisero di adire al Foro Romano per intentare contro di lui una causa per corruzione/concussione. Affidarono a Cicerone, che fu per qualche tempo Questore a Marsala, il patrocinio dell’accusa. Fu lui a presentare al pretore Manio Acilio Glabrione, presidente del tribunale per le cause di concussione, la richiesta d’incriminazione del Senatore Gaio Verre. Costui aveva accumulato negli anni una tale ricchezza che non ebbe nessun problema a permettersi il migliore avvocato, il principe del Foro Romano Quinto Ortensio Ortalo. Il quale, come prima cosa, cercò di fare slittare il processo oltre l’autunno del 70, in modo da poter contare su giudici di nuova nomina e più facilmente influenzabili. Prima della pausa estiva, infatti, si tennero le elezioni consolari con la conseguente nomina di magistrati per l’anno successivo ed effettivamente furono eletti Consoli alcuni amici del nostro Verre.


Ma purtroppo per Verre ebbero la meglio la solerzia e le capacità di Cicerone, il quel riuscì a far iscrivere a ruolo la causa prima dell’interruzione estiva, evitando così che fossero gli amici dell’eccellente imputato a giudicarlo.


Inoltre, l’influente avvocato Ortensio, nel tentativo di non far avviare il procedimento, tentò di ostacolare l’elezione di Cicerone come avvocato dell’accusa cercando di corrompere gli elettori; ma tutto ciò servì a ben poco, poiché Cicerone fu eletto a quella carica con un’ampia maggioranza dei voti.


Nella prima arringa Cicerone afferma: “[…]In questo processo, che i Siciliani mi hanno affidato allo scopo di tutelare i loro interessi oltre che la loro onorabilità, mi sembra si verifichi una stranezza: che coloro che chiedono sia fatta giustizia, perché lesi e rapinati da un Governatore corrotto, ladro dei loro beni e saccheggiatore della loro terra, meritano di essere difesi. E costoro intendo difendere, nei diritti violati, negli indicibili torti subiti, nella loro stessa dignità usurpata, prima ancora di accusare qualcuno. […] Solamente mi spingono, o giudici, ad accettare l’onere di questo incarico la lealtà verso una terra che amo, l’esempio che in quella lontana nobile provincia danno molti uomini onesti e meritevoli di giustizia, il senso del dovere, il rispetto verso le leggi di Roma che un uomo potente e corrotto ha stravolto a vantaggio dei propri personali affari”.


A seguito della sua arringa Cicerone ottenne la piena legittimazione del suo incarico e gli furono concessi 110 giorni per compiere le sue indagini. Riuscì a raccogliere prove molto convincenti degli illeciti e testimonianze inoppugnabili in tutta la Sicilia, tranne che in tre città, Messina, Siracusa e Lentini. In queste città la rete di complicità e connivenze era molto forte ed opprimeva i cittadini.


Durante il viaggio in Sicilia di Cicerone, Verre non rimase con le mani in mano ad aspettare il processo, ma tentò le ultima carte per evitare che si svolgesse: cercò di impedire all’avvocato dell’accusa di tornare a Roma con le prove, ma una volta fallito questo tentativo provò con l’arma che meglio conosceva, ovvero quella della corruzione. Cercò di corrompere l’accusatore con un’ingente somma di denaro difficile da rifiutare; ovviamente quella venne rifiutata, anche se l’accusato si premurò di spargere in giro la voce che Cicerone aveva “incassato la tangente”.


I capi d’accusa contro Gaio Verre: “un uomo dalla smodata cupidigia”

Nonostante tutti i tentativi di Gaio Verre il processo partì e i capi d’accusa erano innumerevoli. Ad un certo punto durante il dibattimento Cicerone afferma che: “Nel denaro Gaio Verre ha sempre riposto la sua forza, le sue certezza. Il denaro è la sua unica arma vincente. Per questo ha sempre cercato di accumulare una quantità immensa: per avere sempre e comunque la facoltà di comprare chiunque si frapponesse ai suoi disegni criminali. […] ha tentato di comprare persino la data del suo processo: se ci fosse riuscito tutto il resto avrebbe potuto acquistare con maggiore facilità. Una sentenza per lui è solo una questione di denaro! […] La smodata cupidigia di quest’uomo avidissimo, che gli ha procurato una smisurata ricchezza, sarà dunque servita a garantirgli l’immunità? Voi sapete che non c’è santità che il denaro non riesca a violare, non c’è fortezza che non possa espugnare. Se le enormi ricchezze accumulate dall’imputato dovessero infrangere la coscienza e l’imparzialità dei giudici, ciò vorrà dire non soltanto che Gaio Verre potrà continuare a farla franca, ma anche – cosa assai più grave – che saranno vanificate per sempre le speranze di chi guarda a questo processo per vedere finalmente riaffermata la legalità nelle nostre aule di giustizia”.


Diversi furono i capi d’imputazione portati avanti da Cicerone durante le requisitorie. Sembra ad esempio che Gaio Verre, una volta diventato Pretore e quindi con la possibilità di legiferare, abbia iniziato ad emanare editti con molta disinvoltura. Non a caso, il diritto romano deve a lui l’invenzione dell’editto “ad personam”. Gli editti e i decreti non entravano in vigore erga omnes, come sarebbe stato normale, ma servivano solo a chi li comprava. Infatti Verre emanava editti su richiesta in cambio di denaro.


Le accuse contro Verre erano talmente tante che lo stesso Cicerone sapeva di non poterle elencare tutte, altrimenti avrebbe rischiato di annoiare eccessivamente i giudici. Ma tra i vari fatti commessi dal Governatore, alcuni sono degni di essere ricordati, come il mercato delle cariche pubbliche.


A Cefalù l’elezione del Sommo Sacerdote avveniva ogni anno in un mese stabilito. Ambiva a quella carica un uomo molto ricco, Artèmone e questa sua ricchezza attirava ovviamente Gaio Verre. Ma quella carica l’ambiva anche un altro uomo, molto più illustre e autorevole, Erodono. Verre, per eliminare la concorrenza, escogitò un piano finissimo. I siciliani, come gli altri greci, per antica pratica eliminavano qualche volta dal calendario uno o più giorni per far si che il tempo che trascorreva fosse rapportato effettivamente al corso della luna e del sole. Questo giorno eliminato si chiamava “giorno soppresso”. Ebbene, Verre, venuto a conoscenza di questa tradizione ed approfittando del fatto che Erodono era a Roma, ordinò la soppressione di un intero mese e mezzo. Quando Erodono fece ritorno a casa, scoprì che era arrivato troppo tardi e che i termini erano scaduti. Quasi diabolico!


Ma forse questo non è neanche il reato più grave commesso dal Governatore. Altri sono degni di nota per una carica pubblica: i reati relativi agli appalti delle tasse e delle imposte, quelli relativi all’amministrazione fiscale in genere e al furto sistematico delle opere d’arte, di cui la Sicilia era ricca. Un’altra attitudine di Verre era quella di fare l’usuraio, infatti spesso si incaricava di prestare ad usura il denaro necessario agli appaltatori per far fronte alla continua imposizione fiscale.


Accadeva che chi doveva contrarre un debito con il pretore, lo trovava subito disponibile, peccato che il tasso di usura fosse elevatissimo e gli appaltatori ne sarebbero stati strangolati se il pretore stesso non li avesse autorizzati a rifarsi sulle decime da imporre agli agricoltori. Questo era il legame indissolubile che esisteva tra il governatore e gli appaltatori di imposte ai danni dei poveri agricoltori, che ad un certo punto dovevano abbandonare leterre e lasciarle incolte perché schiacciati dalle richieste di Verre e dei suoi esattori.


La fuga di Verre dal processo… Una storia che si ripete…

Purtroppo non è possibile raccontare tutte le malefatte di Verre e neanche Cicerone potè farlo perché ad un certo punto i difensori di Verre, capito che non c’era la possibilità di far uscire il loro difeso indenne dal processo, lo convinsero ad abbandonarlo e far sparire da casa sua tutta la refurtiva preziosa e a trasferirsi a Marsiglia. E così, in pieno dibattimento, da un giorno all’altro, sparirono accusato e difesa. Questo gesto fu uno sgambetto a Cicerone, che nell’ultima parte della requisitoria avrebbe trattato il reato più importante commesso da Verre, ovvero quello di concussione e corruzione. Ritirandosi insieme ai suoi legali, Gaio Verre aveva praticamente rinunciato a difendersi ed aveva ammesso parzialmente le suo colpe. In questo modo, Ortensio poteva fargli riconoscere un trattamento di favore o quanto meno più indulgente, perché era come se avesse patteggiato. La sentenza riconobbe Verre colpevole, ma solo di pochi reati e la pena comminata fu irrisoria. E i Siciliani vennero risarciti solo in minima parte, non gli vennero restituite le cose di cui erano stati derubati, le vittime delle persecuzioni non vennero vendicate e così la vittoria contro il governatore Verra lasciò l’amaro in bocca.


Abbiamo voluto riportare quest’opera, non interamente e non per infierire sui ricordi scolastici, ma perché la storia sembra sempre ripetersi. Ognuno trovi le somiglianze e le differenze con i giorni nostri o con quelli passati e poi agisca di conseguenza per cambiare il finale.


Fonti Per scrivere l’articolo è stato utilizzato il libro di Paolo Gazzara che ricostruisce magistralmente Le Verrine di Cicerone e di cui consigliamo la lettura. Paolo Gazzara, Processo per corruzione – da Le Verrine di Cicerone, Roma, 2006.

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