Covid e processi di mafia: la nota di Anna Maria Loreto

Condividi

Ieri è stata pubblicata, su diversi giornali, la notizia della difficoltà di celebrare processi di ‘ndrangheta in Piemonte, per via delle disposizioni per il contrasto alla diffusione del Covid tra la popolazione carceraria. Nel corso del processso che si sta celebrando a Torino contro presunti affiliati alla ‘ndrangheta, scaturito dalle operazioni Carminius e Fenice, uno degli imputati – che si sarebbe dovuto collegare in video conferenza- è risultato positivo al coronavirus. Risultato? Udienza saltata perché il protocollo da seguire impone 2 settimane di isolamento in cella.

Un episodio che ha fatto emergere un problema delicato, che si riscontra giornalmente nelle udienze in tribunale, ma che assume contorni preoccupanti quando a giudizio ci sono persone accusate di 416bis.

Riportiamo il comunicato stampa diramato dalla Anna Maria Loreto, Procuratore Capo di Torino, in cui spiega nel dettaglio quali siano i problemi e avanza la richiesta di risolverli predisponendo una nota indirizzata ai vertici della “giustizia” italiana.

 

 

Ho avuto modo di leggere il comunicato ANSA del 17/11/20 (poi ripreso sul Sito nazionale della stessa Agenzia e su quello del quotidiano “La Stampa”) in merito al rinvio, disposto all’udienza del 12/11/20, del processo nei confronti di numerosi imputati detenuti, che si sta celebrando davanti al Tribunale di Asti, per il delitto di cui all’art. 416 bis.

 

Il rinvio è stato disposto, dal Tribunale, per legittimo impedimento di un imputato detenuto, risultato positivo al Covid19, con la conseguente impossibilità di farlo partecipare all’udienza tramite video conferenza.
Il contenuto dei “dispacci” e delle notizie in essi contenute, così come redatte, consente una lettura nel senso che la Procura della Repubblica di Torino addebiterebbe l’impossibilità di procedere con lo strumento della video conferenza ad una carenza organizzativa del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria.
Al contrario tale sistema, predisposto e gestito da lungo tempo dal D.A.P., è di quotidiano e sicuro utilizzo.
E l’interlocuzione con il DAP e il suo vertice è, ugualmente, costante, produttiva e di grande collaborazione.

 

Quello che, invece, si rivela come un formidabile ostacolo alla celere trattazione e definizione di processi per gravi fatti di reato collegati all’azione della criminalità organizzata (e non solo) è la necessità di applicare rigorosi protocolli sanitari che sono diretta conseguenza delle linee nazionali in tema di prevenzione e precauzione sanitaria ed ai quali non è consentito derogare, neppure da parte del vertice del DAP. Anche perché quelle disposizioni mirano a tutelare la salute ed a prevenire il contagio tra la popolazione detenuta ed il personale dell’Amministrazione penitenziaria; in luoghi che sono, come è noto, a forte pericolo di contagio.

 

Tuttavia, il problema esiste, si pone ed è serissimo. E, credo, dovrebbe essere affrontato con adeguati strumenti -di carattere normativo, di vario possibile rango- al fine di regolarne gli effetti -anche sul punto specifico dei termini custodia cautelare- in modo da non vanificare un lavoro giudiziario che, avendo come obiettivo la decisione finale del giudice, deve procedere, nonostante la gravissima situazione epidemiologica, in tempi ragionevoli, considerando anche quanto sia difficile, nell’attuale contingenza, celebrare i processi e celebrarli in condizioni di sicurezza sanitaria, per tutti i protagonisti.
È per questo motivo e con questa sola finalità che sto predisponendo una nota per informare il Procuratore Nazionale Antimafia, il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, nonché il Procuratore Generale di Torino, in ordine a questi problemi che sono emersi – e che possono avere portata di carattere generale in ogni sede d’Italia- che possono incidere negativamente sui termini di fase della custodia cautelare, con conseguente possibilità di scarcerazione di pericolosi imputati. Sempre coniugando le esigenze di prevenzione con quella della salute degli stessi imputati e degli operatori penitenziari.
Ed a loro che ho intenzione di rivolgermi perché se ne facciano interpreti ai vari livelli di decisione, anche con proposte che, se necessario, potranno essere anche di carattere normativo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *