#Liberaidee: il rapporto piemontese

Condividi

 

SCARICA IL RAPPORTO IN PDF

Solo un terzo degli intervistati ritiene le mafie socialmente pericolose – Il 33% che rivesta un ruolo marginale nel proprio territorio
Per il 77,6% degli intervistati le mafie non sono in Piemonte un fenomeno socialmente pericoloso
La corruzione è ritenuta un fenomeno marginale,
¼ degli intervistati dichiara di essere personalmente venuto a conoscenza di fatti corruttivi
Al via il viaggio di Liberaidee, oltre 100 appuntamenti in tutta la Regione con incontri, seminari, laboratori, flashmob.
Questa sera alle 18.00, appuntamento a Nichelino sui Beni confiscati con il Prefetto di Torino Claudio Palomba. 

Un lungo percorso, iniziato ad ottobre del 2016, sviluppato attraverso incontri, questionari, interviste ed approfondimenti, ha portato alla realizzazione di questo dossier piemontese, che ha l’obiettivo di raccontare quale sia oggi la presenza e la percezione di mafie e corruzione nella nostra regione.

Un lavoro di squadra, che ha coinvolto tutte le regioni d’Italia, per riuscire ad analizzare nel complesso questi fenomeni, in tutta la penisola.  Dal 14 al 20 gennaio, in tutto il Piemonte, Libera propone 100 appuntamenti per presentare la ricerca, attraverso diverse tipologie: dai seminari ai flash mob, dalla proiezione di film agli incontri con gli studenti.

Ma vediamo nel dettaglio quanto è emerso nello studio piemontese.
Il lavoro di ricerca si compone di 3 parti:
L’analisi quantitativa
L’analisi qualitativa
Il lavoro di approfondimento sui beni confiscati del nostro Osservatorio

I numeri della ricerca

Abbiamo sottoposto 2.137 questionari, pari al 20,7% del campione nazionale, dei quali il 48% composto da adulti, più del 63% da donne e per due terzi da lavoratori. Un campione molto rappresentativo, raggiunto grazie al coinvolgimento della rete di Libera nella nostra regione.
I dati emersi sono stati analizzati dai ricercatori Joselle Dagnes e Davide Donatiello con la supervisione di Rocco Sciarrone, docente dell’Università di Torino. Potete consultare tutte le evidenze emerse leggendo il dossier, ma segnaliamo alcuni punti che fotografano chiaramente la rappresentazione di mafie e corruzione tra i piemontesi.

La percezione del fenomeno mafioso

La mafia è per gli intervistati un fenomeno preoccupante, ma solo per il 33,3% dei rispondenti è da considerare socialmente pericolosa e circa un terzo considera invece marginale il ruolo rivestito nel proprio territorio.

Se a questi dati accostiamo la considerazione delle mafie come fenomeno globale (77,1%)  si può affermare che intenderle globalizzate le allontana dal territorio in cui si vive, come se fossero altrove, in un luogo lontano.

Nell’opinione dei rispondenti – che potevano scegliere due diverse modalità di risposta – la mafia toglie soprattutto libertà, giustizia, sicurezza e fiducia nelle istituzioni e solo per il 4,4% il lavoro e per il 6,3% la qualità ambientale.

Questi elementi fotografano in modo chiaro la sottovalutazione del fenomeno nel nostro territorio, nonostante le decine di inchieste antimafia concluse negli ultimi anni in Piemonte.

Altra percentuale interessante, più alta rispetto alla media nazionale, è relativa ai motivi che spingono ad aderire alla mafia.  Per il 40,9% (sei punti al di sopra della media nazionale) l’appartenenza è dettata dall’assenza delle istituzioni e della cultura della legalità, segue l’ambiente in cui si cresce con il 32,2% e le difficoltà economiche con il 19,4%.

Ma le mafie non sono solo quelle autoctone, esistono anche quelle straniere.

I questionari sottoposti hanno indagato il grado di conoscenza tra i piemontesi, che sanno della loro esistenza ma quasi la metà del campione afferma di non essere in grado di identificare esattamente l’origine dei gruppi mafiosi stranieri più diffusi nel territorio regionale.

Per  pericolosità, invece,  i gruppi criminali di origine straniera sono comparabili  a quelli italiani: per poco meno della metà degli intervistati sono pericolose quanto quelle autoctone.

La percezione del fenomeno corruttivo

La percezione della diffusione della corruzione in Piemonte, seppur alta, risulta più contenuta rispetto al campione nazionale. Solo il 12,7 %, contro il 25,9 della media nazionale, ritiene la corruzione “molto diffusa”, mentre per il 56,5% è “abbastanza diffusa”.

Sempre sul versante corruzione, il Piemonte si distingue dal resto d’Italia. Il 30,5% del campione nazionale e il 25,9% del campione piemontese dichiara di conoscere personalmente o di aver conosciuto in passato qualcuno coinvolto in pratiche corruttive.

Tra le figure più coinvolte in queste pratiche illecite, secondo gli intervistati, ci sono innanzitutto esponenti politici e membri dei partiti politici, in misura lievemente maggiore rispetto al campione nazionale.

Per approfondire la diffusione del fenomeno, è stato chiesto agli intervistati per quale motivo questi casi non vengono denunciati.  I motivi principali per cui gli episodi di corruzione non vengono denunciati, scelti tra una rosa ampia di possibilità (potendone selezionare fino a tre), sono: il timore per le conseguenze della denuncia (79,8%); l’idea che la corruzione sia difficile da dimostrare (37,5%). Rilevanti sono poi la paura che l’intero sistema sia corrotto, compresi coloro che dovrebbero raccogliere la segnalazione e la rassegnazione determinata da una presunta inutilità della denuncia. Quasi un intervistato su quattro, in Piemonte come nel campione nazionale, ritiene questi fatti normali e quindi inutile denunciarli.

Analisi qualitativa: le interviste alle associazioni datoriali di categoria

Per fornire un’altra chiave di lettura, all’analisi quantitativa è stata affiancata quella qualitativa con le interviste ai presidenti regionali delle associazioni datoriali di categoria (Confindustria, Confcommercio, Confesercenti, Confcooperative, Agci, Legacoop, Confapi, Confagricoltura, Cia, Confartigianato, Coldiretti e Cna). Sulle 12 richieste avanzate, 7 (Legacoop, Confapi, Confagricoltura, Cia, Confartigianato, Coldiretti e Cna) hanno deciso di rispondere.

Nell’invitarvi a leggere il capitolo relativo alle interviste, evidenziamo la sottovalutazione che emerge in modo chiaro dal tenore delle risposte fornite. Il metro di valutazione, sulla presenza e la pervasività delle organizzazioni di stampo mafioso, sembra essere rappresentato solo da quanti soci hanno comunicato o denunciato di aver subito reati collegati a mafie e corruzione. Nessuno degli associati, infatti, secondo quanto emerso delle interviste ha mai parlato di essere stato vittima di questi tipi di reato.

Eppure, sono diversi i processi che hanno coinvolto imprenditori, artigiani e commercianti, nelle oltre 10 operazioni che, dal 2011, la magistratura ha concluso nella nostra regione. Inchieste e processi che hanno delineato in modo chiaro le relazioni “pericolose” tra il crimine organizzato ed alcuni esponenti del commercio e dell’imprenditoria. Nonostante il complesso quadro rappresentato dagli inquirenti, sembra che ai vertici di questi enti non sia servito ad aumentare il grado di consapevolezza della pericolosità del fenomeno.

 

I beni confiscati in Piemonte
Al lavoro di analisi sui beni confiscati realizzato nelle interviste quantitative è stato affiancato uno studio, realizzato dall’Osservatorio di Libera Piemonte,  sul numero di proprietà sottratte alle mafie e sul loro effettivo riutilizzo.

Per analizzare il numero di beni presenti è necessario fare una precisazione. La piattaforma web che li raccoglie (geobeni.liberapiemonte.it ) riporta solo i beni confiscati definitivamente (proprietà per le quali l’iter giuridico è giunto a compimento), suddivisi in particelle catastali. Per particella catastale si intende è una porzione fisicamente continua di terre- no o fabbricato, appartenente ad un medesimo soggetto, avente un’unica qualità, classe e destinazione. Una proprietà può essere composta da più particelle catastali.

Fatta questa premessa, i dati in nostro possesso, riportano la seguente situazione:
le particelle complessivamente classificate sono 483
114 destinate e riutilizzate
44 destinate ma non riutilizzate
325 confiscate definitivamente e in gestione all’ANBSC (Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata).

Introduciamo un’altra classificazione degli stessi dati raggruppando le particelle in unità immobiliari complesse. Per unità immobiliari complesse consideriamo i beni formati dall’unione delle particelle adiacenti presenti ad un determinato indirizzo, solitamente di proprietà dello stesso soggetto. Questo tipo di analisi permette di avvicinarsi al numero reale dei beni confiscati.

Le unità immobiliari complesse sono, in totale 151. In gestione 130 mentre 21 consegnati ma non riutilizzati. Altro dato importante è il tempo medio che intercorre tra la confisca e l’assegnazione. Secondo i dati in nostro possesso, questo iter ha la durata media di 1925 giorni, equivalenti a oltre 5 anni.

Ultima analisi che vi proponiamo è realizzata sui dati riportati da openregio.it, un progetto dell’ANBSC. Dati alla mano, si evince che il Piemonte è la settima regione per numero complessivo di particelle, la seconda nel Nord Italia.

Nonostante l’alto numero di confische, la percentuale di quelle destinate in Piemonte si attesta circa al 18% , percentuale che colloca la nostra regione all’ultimo posto in Italia per riutilizzo sociale dei beni.

Questi dati verranno presentati questa sera, martedì 15, alle ore 18.00, presso la Casa dei diritti in Largo delle Alpi 3 a Nichelino, nell’incontro dal titolo “I beni confiscati: il Piemonte sa cogliere le opportunità?” alla presenza di Claudio Palomba, Prefetto di Torino.

Dalla ricerca alle sfide per il Piemonte
La ricerca ci impone delle sfide che coinvolgono – in modo diretto e partecipato – tutti gli ambiti della nostra società, dalle Istituzioni ai rappresentanti dell’economia. Questa ricerca deve essere stimolo per imparare a rappresentare, raccontare, narrare meglio e di più i fenomeni di mafia e corruzione, per raggiungere una platea sempre più vasta.

I dati emersi, inoltre, devono farci riflettere sul concetto di pericolosità sociale delle mafie e di come si esplicita, nel nord Italia.

Esiste un minimo comune denominatore nei campi illeciti di intervento delle organizzazioni mafiose: in molti casi, le mafie erogano servizi, per i quali emerge una domanda da parte della società, che da questa offerta si avvantaggia. La sfida, per smontare questo sistema di “domanda/offerta”, è imponente e deve coinvolgere la società, nella sua complessità: dal versante culturale a quello sociale, dall’economica alla politica, fino ad arrivare alle aule giudiziarie.

Numeri alla mano, è necessario – in Piemonte più che in qualsiasi altra regione –  continuare l’impegno per sostenere il riutilizzo dei beni, che non può attestarsi al 18%, facendo della nostra regione l’ultima per patrimoni restituiti alla società.

La ricerca ci esorta nel continuare il lavoro di accompagnamento alla denuncia, dei reati di mafia, corruzione e connivenze, presso gli organi preposti aiutando le persone ad avere fiducia nelle Istituzioni.

Infine, Liberaidee ci esorta alla ricerca di un continuo confronto, volto alla costruzione di sinergie e collaborazioni, con il mondo del lavoro, con le associazioni di categoria, con gli ordini professionali. Collaborazioni che devono avere come obiettivi principali la costruzione di alleanze capaci di arginare il potenziale legame con le organizzazioni criminali, da parte di chi chiede loro servizi illeciti; ed il sostegno a chi è vittima delle mafie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *